L’umiltà per Chesterton

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“L’umiltà era intesa in senso largo, come un limite posto alla superbia e al desiderio insaziabile dell’uomo; il quale è continuamente disposto a non contentarsi dei benefici conseguiti inventando sempre nuovi bisogni…. Nella incessante ricerca del piacere egli perde quello che è il primo dei piaceri: il piacere della sorpresa. Onde è chiaro che l’uomo il quale voglia fare grande il suo mondo, deve far piccolo sé stesso. Anche le superbe visioni, le alte città, i pinnacoli audaci sono creazioni dell’umiltà … perché le torri non sono alte se non ci voltiamo in su per guardarle.

Ma quella di cui ora ci lamentiamo è una umiltà fuori posto. La modestia si è spostata dall’organo dell’ambizione a quello della convinzione, col quale essa non ha mai avuto niente da fare. Un uomo ha diritto di dubitare di sé stesso, ma non della verità; questa proposizione è stata esattamente rovesciata.

Oggi giorno ognuno crede esattamente in quella parte dell’uomo in cui non dovrebbe credere: sé stesso, e dubita esattamente in quella parte in cui non dovrebbe dubitare: la ragione divina …

L’umiltà di una volta era uno sprone che impediva all’uomo di fermarsi: quella di oggi è un chiodo in una scarpa che impedisce all’uomo di andare avanti.

L’umiltà di una volta induceva l’uomo a dubitare dei suoi sforzi e lo spingeva ad un lavoro più intenso; l’umiltà moderna fa che l’uomo dubiti dei suoi fini e che non lavori più…

Siamo sulla strada di tirar su una generazione di uomini di tale umiltà mentale che non oseranno credere alla tavola pitagorica. “

Ortodossia Chesterton

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