La progettazione per Antoine de Saint-Exupery

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A poco a poco, la nostra casa diventerà più umana. La macchina stessa più si perfeziona più si cela dietro il suo compito.

Sembra quasi che ogni sforzo industriale dell’uomo, tutti quei calcoli, quelle notti insonni su disegni e tracciati, non abbiano altro scopo oltre un’estrema semplificazione, come se occorresse l’esperienza d’intere generazioni per liberare a poco a poco   la curva di una colonna, di una carena, o della fusoliera di un aeroplano, e raggiungere la purezza elementare della curva di una spalla, o di un seno. Sembra che il lavoro degli ingegneri, dei disegnatori, dei tecnici, si riduca a un incessante levigare e cancellare per alleggerire quell’ala, equilibrare quel raccordo, fino a perderne il senso, finché non sarà più un’ala attaccata a una fusoliera ma una semplice forma perfettamente I modellata, liberata dal suo involucro, un assemblaggio spontaneo misteriosamente legato, fatto della natura stessa di un poema. La perfezione può dirsi raggiunta non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più nulla da togliere. Al culmine della sua evoluzione, la macchina si dissimula.

 La perfezione dell’invenzione si confonde così con l’assenza dell’invenzione. E proprio come nello

strumento ogni ingranaggio arriva apparentemente a dissolversi per dar vita a un oggetto così naturale che sembra un ciottolo levigato dal mare, è stupefacente come una macchina si faccia dimenticare tant’è normale e semplice il suo utilizzo.

Un tempo ci rapportavamo con un ingranaggio molto farraginoso, oggi ci dimentichiamo persino che il motore gira. E perché risponde infine pienamente alla sua funzione, che è quella di girare come un cuore batte, e noi non facciamo nemmeno più caso al battito del nostro cuore. La nostra attenzione non è più rivolta all’apparecchio. Perché al di là dell’apparecchio, e attraverso di lui, abbiamo ritrovato la nostra vecchia natura: quella del giardiniere, del navigatore, del poeta.

E con l’aria, e con l’acqua, che il pilota entra in contatto al momento del decollo. Quando i motori girano, e l’apparecchio fende la superficie del mare, l’impatto risuona come un gong. L’uomo sente lo sforzo della macchina dalla vibrazione delle sue reni. Sente l’idrovolante acquistare potenza di secondo in secondo, man mano che acquista velocità. Sente accumularsi, in quelle quindici tonnellate di materia, la forza che permette il volo. Il pilota stringe i comandi e riceve questa forza nel palmo delle sue mani, come un dono. Gli organi di metallo che gli concedono un tale dono si fanno messaggeri della potenza, e solo quando sarà il momento il pilota separerà l’apparecchio dall’acqua, per farlo librare nell’aria con la stessa naturalezza lieve di chi coglie un frutto maturo dall’albero.

(da Vento, sabbia e Stelle)

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