Il passato per Chesterton
La paura del passato
Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da una particolare
fascinazione per la letteratura che parla del futuro. Sembra
che ci siamo rassegnati a fraintendere ciò che è accaduto
e, con una sorta di sollievo, ci sforziamo di determinare ciò
che sarà (il che è un compito, almeno apparentemente, assai
più facile).
L’uomo moderno non cura più l’edizione delle
memorie del suo bisnonno, ma è impegnato a scrivere una
dettagliata e autorevole biografia del suo pronipote. Invece
di tremare di fronte ai fantasmi del passato, rabbrividiamo
codardamente di fronte all’ombra di un bambino non ancora
nato. Questo spettro è presente ovunque, come testimonia
l’emergere di una letteratura futuristica….. C’è
un che di eccentricamente epico nella visione di così tanta
gente che combatte senza sosta battaglie che non hanno ancora
avuto luogo; di gente che si infiamma al ricordo di avvenimenti
accaduti domani mattina. Si può parlare di un uomo
in anticipo sui tempi, ma parlare di un’epoca in anticipo
su se stessa è davvero bizzarro.
Tuttavia, per quanta indulgenza io possa avere nei confronti
di questo innocuo elemento di poesia e di graziosa
perversione umana, non esito ad affermare che un simile
culto del futuro non rappresenta soltanto una debolezza, ma
è anche un segno della vigliaccheria del nostro tempo.
….
Piuttosto, è la paura del passato, il timore non soltanto
dei mali del passato, ma anche di ciò che esso ha rappresentato
di buono. Un cervello non regge il peso dell’insopportabile
virtù del genere umano. Sono esistite così tante fedi fiammeggianti
che non riusciamo a praticare, ci sono stati così
tanti episodi di severo eroismo che non siamo in grado di
imitare, così tanti sforzi per costruire monumenti e per acquisire
gloria militare, che ci appaiono sublimi e patetici. Il
futuro è un rifugio dalla competizione feroce con i nostri antenati.
Sono le generazioni passate, non quelle a venire, che
bussano al nostro uscio. Fa comodo scappare, per dirla con
Henley, in via del Dopo, dove si trova la locanda del Mai. È
piacevole giocare con i bambini, specialmente con quelli non
ancora nati. Il futuro è un muro completamente bianco sul
quale ogni uomo può scrivere il proprio nome grosso come
gli pare; il passato è già coperto da scarabocchi inintelligibili,
come Platone, Isaia, Shakespeare, Michelangelo, Napoleone.
Posso rendere il futuro stretto e limitato come me, ma il
passato è obbligato a essere largo e turbolento come l’umanità.
Il risultato di questo atteggiamento moderno è che gli
uomini inventano nuovi ideali perché non hanno il coraggio
di tentare di perseguire quelli vecchi. Guardano avanti con
entusiasmo perché hanno paura di guardare indietro.
Ebbene, nella storia non è mai esistita una rivoluzione che
non fosse anche restaurazione. Tra le molte cose che mi lasciano
dubbioso riguardo all’abitudine odierna di tenere gli
occhi fissi sul futuro ve n’è una che considero particolarmente
significativa: tutti gli uomini che, nel corso della storia,
hanno davvero realizzato qualcosa avevano lo sguardo rivolto
al passato. Non c’è bisogno che scomodi il Rinascimento:
la parola stessa dimostra la mia tesi. L’originalità di Michelangelo
e di Shakespeare non sarebbe tale senza il ritrovamento
di vecchi vasi e di vecchi manoscritti. La bellezza e
la dolcezza dei poeti fu un prodotto della cura e dell’ entusiasmo
degli antiquari. Il grande risveglio medievale nacque
dal ricordo dell’Impero romano; la Riforma guardava indietro
alla Bibbia e alle epoche bibliche; il cattolicesimo moderno
si è richiamato ai Padri della Chiesa. Ma il movimento
moderno che molti considererebbero il più anarchico di tutti
è stato in questo senso il più conservatore: nessun uomo ha
mai riverito il passato più dei rivoluzionari francesi. Essi invocavano
il ritorno alle piccole repubbliche dell’Antichità
con la completa fiducia con la quale un fedele invoca gli dèi.
…Per qualche strana ragione l’uomo
pianta sempre i propri alberi da frutto in un cimitero. L’uomo
può trovare la vita soltanto in mezzo ai morti. L’uomo è
un mostro deforme, con i piedi rivolti in avanti e la testa girata
indietro. Può creare un futuro lussureggiante e ciclopico
soltanto fintanto che pensa al passato . Mentre si sforza di
pensare esclusivamente al futuro, la sua mente rimpicciolisce
fino a un puntolino di stupidità da alcuni chiamato Nirvana.
…
Mi riferisco alla presenza, nel passato, di grandi
ideali incompiuti e, talvolta, abbandonati. La vista di tali
splendidi fallimenti immalinconisce una generazione irrequieta
e piuttosto malsana, che su di loro osserva uno strano
silenzio (in certi casi, un silenzio senza scrupoli), li tiene
rigorosamente lontani dai propri giornali e li esclude quasi interamente
dai propri libri di storia. Per esempio, gli uomini
d’oggi, lodando il tempo che verrà, vi diranno spesso che ci
stiamo muovendo in direzione degli Stati Uniti d’Europa.
Ma omettono accuratamente di dirvi che ci stiamo
allontanando dagli Stati Uniti d’Europa, i quali esistevano già nel
senso letterale del termine in epoca romana e, di fatto, anche
nel Medioevo. Essi non ammetteranno mai che gli odi tra le
nazioni (da loro considerati barbarie) sono in realtà un prodotto
assai recente, frutto della frantumazione dell’ideale del
Sacro Romano Impero.
Affermo con decisione che niente salta più all’occhio negli scritti
moderni della certezza del raggiungimento di tali ideali nel futuro unita
all’ignoranza di come essi sono stati perseguiti in passato.
Chiunque può constatarlo da sé: basta leggere una trentina o
una quarantina di pagine di uno dei vari pamphlet che invocano
la pace in Europa e vedere come quasi tutti esaltino antichi
papi o imperatori che hanno mantenuto la pace in Europa.
Leggete anche solo un pugno di saggi e poesie in lode
della socialdemocrazia e constaterete che in gran parte celebrano
i vecchi giacobini che hanno creato la democrazia e
per essa sono morti. Queste ciclopiche rovine rappresentano
solo un enorme fastidio agli occhi dell’uomo moderno. Egli
si volta indietro a guardare la valle del passato e vede una
distesa di città splendide ma incompiute. Non sempre la loro
incompiutezza è dovuta all’azione di nemici esterni o di
catastrofi naturali, spesso è causata da fiacchezza, stanchezza
mentale e da fame di nuove e diverse filosofie. Non abbiamo
soltanto lasciato in sospeso ciò che avremmo dovuto fare,
ma anche ciò che volevamo fare.
Assai spesso si sente dire che l’uomo moderno è l’erede di
tutte le passate età, che egli ha assunto quanto di buono c’è
stato nei successivi esperimenti umani. Non so che cosa rispondere
a una tale affermazione: mi limito a domandare al
lettore di osservare l’uomo moderno, come l’ho osservato io,
attraverso uno specchio. È proprio vero che voi e io siamo
torri celesti costruite sulla base delle più eccelse visioni del
passato? Abbiamo davvero realizzato tutti i grandi ideali
storici uno dopo l’altro, partendo dai nostri antenati che andavano
in giro nudi ed erano sufficientemente coraggiosi da
uccidere un mammut con un coltello di selce fino ad arrivare
– attraverso i cittadini greci e i santi cristiani – ai nostri
nonni o bisnonni, che magari sono stati presi a sciabolate dal
reggimento Manchester o a fucilate nel1848? Siamo ancora
sufficientemente forti per dare il colpo di grazia a un mammut
con le nostre lance, ma siamo sufficientemente sensibili
per graziarlo e risparmiargli la vita? Il cosmo contiene qualche
mammut al quale abbiamo dato il colpo di grazia o che
sia stato da noi graziato? Quando rifiutiamo di sventolare la
bandiera rossa e di incendiare una barricata come i nostri
nonni rifiutiamo in ossequio ai sociologi . . . o ai soldati? Abbiamo
davvero distanziato il guerriero e sorpassato il santo
asceta? Temo che ci siamo limitati a distanziare il guerriero,
nel senso che probabilmente siamo scappati da lui a gambe
levate. E se abbiamo sorpassato il santo, temo che l’abbiamo
fatto senza inchinarci a salutarlo.
Questo è ciò che principalmente intendo quando parlo
della ristrettezza delle nuove idee e dell’effetto limitante del
futuro. Il moderno idealismo profetico è _angusto perché ha
subito un continuo processo di eliminazione. Siamo costretti
a cercare cose nuove perché non ci è permesso cercare quelle
vecchie. L’intera faccenda si basa sulla convinzione secondo
cui abbiamo già estratto tutto ciò che vi era di buono nelle
idee del passato. Ma questo non è vero: .anzi, forse in questo
momento non siamo in grado di estrarre proprio niente
del buono che si trova in esse. Si avverte qui la necessità di
una completa libertà non solo di rivoluzione, ma anche di restaurazione.
Oggi leggiamo spesso del valore o dell’audacia con cui
qualche ribelle attacca una tirannia incanutita o una superstizione
antiquata. In realtà, non c’è proprio niente di coraggioso
nell’attaccare cose incanutite o antiquate, non più di
quanto ve ne sia nel proporre di combattere la propria nonna.
L’uomo autenticamente coraggioso è colui che sfida tirannie
giovani come il mattino e superstizioni fresche come
fiori appena spuntati. L’unico vero libero pensatore è colui il
cui intelletto è sciolto dai lacci sia del futuro sia del passato.
egli si cura poco tanto di ciò che sarà quanto di ciò che è stato;
gli interessa soltanto ciò che dovrebbe essere. Insisto in
particolare su questa indipendenza astratta perché è funzionale
allo scopo del presente libro: se devo discutere di ciò
che non va nel mondo, ebbene, una delle principali cose sbagliate
è la profonda e silenziosa convinzione moderna che le
idee del passato siano diventate impossibili. Esiste una metafora
molto apprezzata dai moderni, che la ripetono in continuazione:
«Non si possono spostare indietro le lancette dell’orologio
». La risposta semplice e ovvia è: «Sì che si possono
spostare». Dal momento che un orologio è un marchingegno
di fabbricazione umana può essere ricostruito secondo
qualsiasi schema mai esistito.
Un altro proverbio dice: «Ti sei fabbricato un letto, adesso
ti ci devi coricare>>. Si tratta semplicemente, ancora una
volta, di una bugia. Se il letto che ho costruito è scomodo, a
Dio piacendo lo rifarò. Potremmo restaurare l’Eptarchia o
rimettere in circolazione le diligenze, se volessimo. Potrebbe
volerei un po’ di tempo, e forse sarebbe sconsigliabile, ma
certamente non sarebbe un progetto impossibile come, per
esempio, riportare indietro venerdì scorso. Questa è la prima
libertà che rivendico: la libertà di restaurare. Reclamo il diritto
a proporre come soluzione il vecchio sistema patriarcale
di un clan delle Highlands scozzesi, se ciò servisse a eliminare
il maggior numero possibile di problemi. Di certo eliminerebbe
alcuni mali, come l’innaturale obbedienza a estranei
freddi e duri, semplici burocrati e poliziotti. Reclamo il diritto
di proporre la completa indipendenza delle piccole città
greche o italiane, la fondazione della libera città di Brixton o
di Brompton , se questa fosse la via migliore per toglierei
dai guai: per esempio, in un piccolo Stato saremmo al riparo
dalle enormi illusioni su uomini e dimensioni alimentate
dalla grande stampa nazionale o internazionale. Non si può
persuadere una città-stato che il signor Beit era un inglese o
il signor Dillon un desperado più di quanto si potrebbe convincere
un villaggio dello Hampshire che l’ubriacone del
luogo era astemio o che lo scemo era uno statista. Detto questo,
non propongo che i signori Brown e i signori Smith debbano
essere assegnati a clan separati, né propongo che
Clapham dichiari la propria indipendenza. Mi limito a dichiarare
la mia indipendenza. Mi limito a rivendicare il diritto
d! scegliere da me quali, tra gli strumenti che l’universo
mi offre, userò, e che non sono disposto ad ammettere che ve ne siano
di usurati soltanto perché sono già stati adoperati.