Qui giace un uomo di Papini
Nel 1911, a Firenze, pubblicato da Vallecchi, uscì un libro dal titolo, apparentemente religioso, Le memorie di Dio, il cui autore era Giovanni Papini. Molti acquistarono quel libro, attratti anche dal titolo, ma rimasero inorriditi quando lo aprirono e trovarono queste parole: “Uomini, diventate tutti atei, ve lo chiede lo stesso Dio che non c’è” e si resero conto che tutto il libro non era altro che lo sviluppo di questa idea.
Potete immaginare l’emozione che ci fu a Firenze: ne parlò il cardinale nel Duomo, ne parlarono i sacerdoti dal pulpito, tutte le domeniche, per varie settimane. Fu, insomma, uno scandalo enorme.
Papini, satanicamente soddisfatto, rispose con un articolo sulla rivista Lacerba, da lui fondata; l’articolo aveva questa volta un titolo provocatorio Cristo peccatore ed era una serie di bestemmie su Gesù Cristo.
Tommaso Gallarati Scotti gli rispose con un articolo in cui tra l’altro diceva: ”Papini, questo che hai scritto non può essere quello che tu pensi, è una cattiveria che ti supera; prima o poi bacerai il volto sul quale hai sputato”.
Tre anni dopo Papini pubblicò un altro libro Uomo finito e in quel libro cominciò a scricchiolare la sua sicurezza, tanto che a un certo punto scrive: “Io sono un uomo finito, io sono un uomo morto, guardatemi, ho la pietra tombale sopra di me e sulla pietra tombale c’è scritto Qui giace un uomo che non ce l’ ha fatta a prendere il posto di Dio”.
Parole terribili, dalle quali, però, emerge tutto il dramma di Papini. Papini stava cominciando a capire che la sua tragedia era l’orgoglio e quando riuscì a fare un atto di umiltà si trovò in ginocchio davanti a Gesù e pianse e scrisse – quasi come un ex voto – quella Storia di Cristo che ancora oggi si legge. E si legge imparando qualcosa.
Nel 1921 Papini era ormai un cattolico fervente e disse alla figlia Viola: “Ti prego di andare in tutte le librerie e di cercare qualsiasi copia fosse rimasta del mio libro Le memorie di Dio e di bruciarle tutte”.
Papini è morto consumato da un male che gli tolse sia la parola sia la vista. Quando era ormai in punto di morte, il sacerdote gli si avvicinò e gli chiese: “Giovanni, vuoi il sacramento degli ammalati?”. Papini si agitò e qualcuno pensò che non lo volesse. Poi gli si accostò la figlia Viola, l’unica che riuscisse ancora a comunicare con il padre e che nei vagiti che mandava riuscisse ancora a cogliere le parole. Viola capì che egli non faceva che ripetere “Bonaventura” e si ricordò che suo padre era diventato terziario francescano a La Verna e aveva scelto come nome Bonaventura.
Allora il sacerdote si accostò a Papini e gli disse: “Bonaventura, vuoi il sacramento degli ammalati?” e un grande sorriso illuminò il volto del morente.
Papini, la belva di Firenze, come l’avevano chiamato, era diventato un agnellino e si presentava davanti a Dio nelle vesti dell’umiltà.
Cardinale Comastri
