Lewis si converte

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Era nato a Belfast nel 1898 in una famiglia di rigida tradizione calvinista, educato all’odio e al disprezzo per tutto ciò che è cattolico e “papista”. Verso i diciott’anni, disgustato dal formalismo religioso delle scuole frequentate e conquistato dal razionalismo di un professore, si era dichiarato completamente ateo. Nel fango delle trincee della Prima guerra mondiale, di fronte al mistero della vita e della morte, si erano ridestate in lui le domande sul senso del reale, complice anche la scoperta di Chesterton. Ma col pregiudizio ateista aveva lottato ancora a lungo: è solo nel 1929 che, scrive, «mi arresi, ammisi che Dio era Dio, e mi inginocchiai per pregare: fui forse, quella sera, il convertito più disperato e riluttante di tutta l’Inghilterra». È però ancora un Dio senza volto. Cristo non è nulla più che un mito: «Quello che non riuscivo a capire era come la vita e la morte di Qualcun Altro (chiunque questi fosse) duemila anni fa potesse aiutare noi adesso – se non nella misura in cui potesse esserci utile il suo esempio. E la questione dell’esempio, sebbene tanto vera e importante, non è il cristianesimo».

La sera del 19 settembre 1931 nella stanza di Lewis al Magdalen inizia con l’amico Hugo Dyson, cui poco dopo si aggiunge John R. R. Tolkien, una conversazione che proseguirà fino alle tre di notte lungo i viali del college. Argomento, i miti e la realtà. «Ora, quello che Dyson e Tolkien mi hanno mostrato era questo: che se io incontro l’idea di un sacrificio in un racconto pagano questa non mi crea alcun problema: anzi, che se mi trovo accanto un dio che si sacrifica, ne sono attratto e misteriosamente commosso: ancora, che l’idea di un Dio che muore e risorge (Balder, Adone, Bacco) mi colpisce così tanto a condizione che la trovi ovunque tranne che nei Vangeli. Ora, la storia di Cristo è semplicemente un mito vero: un mito che agisce su di noi come gli altri, ma con la tremenda differenza che questo è davvero avvenuto. Cioè, le storie pagane sono Dio che esprime se stesso attraverso la mente dei poeti, facendo uso delle immagini che vi ha trovato, mentre il cristianesimo è Dio che esprime Se stesso attraverso quello che chiamiamo “realtà”».

da www.cattoliciromani.com

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